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05 September 2010
 
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APSU. Le acque della Creazione in Mesopotamia

Tratto da Hera114 - Luglio 2009

di Nathan Morello


Nel terzo canto della Divina Commedia, Dante e Virgilio si trovano sulla riva del fiume Acheronte. Accanto a loro una triste folla di dannati attende di essere trasportata verso il tragico destino che, oltre quel fiume, la aspetta nel mondo governato da Satana. Ad accompagnarli sarà il terribile battelliere Caronte, sulla sua pesante barca. L’Acheronte, insieme allo Stige, al Cocito, al Flegetonte e al Lete, è uno dei cinque fiumi che, secondo la mitologia greca omaggiata dal poeta fiorentino, solcano le terre dell’Oltretomba. Le stesse acque scorrevano molti secoli prima, nel Vicino Oriente antico. Una massa d’acqua, o una sua appendice fluviale, era posta a confine fra il mondo dei vivi e quello dei morti.  Essa portava il nome di Apsû ed era, nonostante la sua posizione, la principale fonte di vita del mondo. Troviamo l’Apsû nell’Enuma elish (“Quando in alto”), il celebre poema in lingua accadica del II millennio a.C. che narra della creazione dell’universo. Esso inizia «quando in alto i cieli non avevano nome», ovvero prima della creazione del cosmo, l’epoca del continuo e silenzioso miscuglio di acque di due tipi: Ti’amat, l’acqua salata, di carattere femminile, e Apsû, l’acqua dolce, sua controparte maschile. Dall’unione di queste due acque, improvvisamente, nasce la vita: affiora nella forma di un limo fangoso, come quello visibile alla foce dei fiumi dopo una piena, ed è impersonata da due divinità, chiamate Lahmu e Lahamu. Lahmu e Lahamu generano Anshar, il cielo, e Kishar, la terra. A loro volta, Anshar e Kishar generano Anu, dio del cielo, Anu genera Ea e così di seguito, fino alla creazione di tutta una prima generazione di dèi. Nei primi versi di questo poema - che ricorda molto da vicino le prime righe della Genesi - in una sorta di “brodo primordiale”, miscuglio fangoso di acque salate e dolci, nasce, dunque, la vita. Ma cos’era l’Apsû, nella cultura sumeroaccadica? Nell’antica Mesopotamia si credeva che i fiumi, i ruscelli, le sorgenti, i pozzi naturali e, in generale, qualunque forma di acqua scaturita dalla terra provenissero da un’unica distesa d’acqua dolce sotterranea che portava il nome di ab.zu, in sumerico, e apsû o engur, in accadico. L’Apsû era nettamente diviso dal mare (Ti’amat), regno delle acque salate, e trovava la sua forma più rappresentativa nelle paludi caratteristiche della Mesopotamia meridionale, ricche di quel miscuglio fangoso da cui era sorta la vita. Oltre all’Enuma elish, nel quale è chiamato il “generatore dei grandi dèi”, vi sono altri miti che celebrano la forza generativa dell’Apsû: secondo il poema Enuma Anu (“Quando il dio Anu”) nell’Apsû viene creato un dio chiamato Kullu; in Enki e Ninmah, invece, è l’uomo stesso a essere creato nell’Apsû, per mano di Nammu, madre di Enki (altro nome di Ea). Il dio che governa l’Apsû è Ea. Sempre nell’Enuma elish, Apsû è infastidito dal rumore causato dagli dèi e vuole sterminarli. Quale difensore degli dèi, Ea sconfigge il grande padre rendendolo inerte e ne prende possesso usandolo come dimora per sé e per Ti’amat (la grande madre), con la quale si unisce. Nell’iconografia mesopotamica, Ea è raffigurato con due fiumi colmi di pesci, il Tigri e l’Eufrate, che gli fuoriescono dalle spalle o da due vasi tenuti nelle mani. Talvolta il dio stringe in una mano un uccello che ricorda un’aquila e che porta il nome di Imdugul, animale simbolo delle nuvole che dall’Apsû salgono al cielo e rimandano l’acqua sulla terra. Ai suoi piedi Ea tiene a bada uno stambecco, simbolo dello stesso Apsû.


Il rituale del bagno sacro

Ea ha molti nomi o epiteti, che ne indicano i legami con il mondo dell’acqua. Egli è lugal.ìd, in sumerico “Signore del Fiume”, lugal.ab.zu, “Signore dell’Apsû”, naqbu, “Sorgente”. Ea è il dio della saggezza, che, come l’acqua, non si scontra con gli ostacoli sul suo cammino, ma li evita aggirandoli. Un altro nome di Ea è Enki, da en.ki, “Signore della Terra”, ovvero colui che governa la forza generatrice della terra inseminandola periodicamente con l’acqua. Ea compare anche nella partoriente, ossia nelle acque che da lei scaturiscono nelle prime fasi del parto. L’Apsû, insomma, dona la vita.  Esso ha, però, anche altre proprietà importanti, fra le quali quella di modellare le forme e quella, di maggiore interesse in questa sede, di lavare via il male. Il bagno nelle acque dell’Apsû ha, infatti, la capacità di lavare il corpo e l’anima di colui che vi si immerge, portandoli a uno stato di rinnovata purezza. E’ per questa sua proprietà fondamentale che, fin da epoca sumerica, viene istituito, per il re mesopotamico, il rituale del bagno sacro, considerato indispensabile prima di una cerimonia di grande importanza o in seguito a un evento giudicato “pericoloso” per la purezza del sovrano (come, ad esempio, un’eclissi lunare). In base a una serie di testi di epoca neoassira (X-VII secolo a.C.) conosciamo il rituale periodico del cosiddetto bit rimki o “Casa del Bagno Sacro”. Secondo questo importante rituale il sovrano assiro doveva, probabilmente ogni mese durante la luna nuova, immergersi in una vasca piena di acqua sacra in un particolare edificio costruito per quello scopo. Dopo che il re era uscito dall’acqua ed erano stati offerti alcuni sacrifici agli dèi, il rituale terminava con l’attraversamento di sette diverse stanze costruite nello stesso edificio, in ciascuna delle quali il re pregava il dio della giustizia (e del sole) Shamash di liberarlo dagli attacchi delle forze del male, cosa che avveniva tramite la lavatura delle mani. L’importanza del dio della giustizia Shamash nell’ultima parte del rituale rimanda a un approccio propriamente giuridico al rito. Nelle preghiere pronunciate dal re durante il rituale, infatti, le forze maligne sono viste come criminali universali che il querelante (in questo caso il re) chiama in giudizio di fronte al dio Shamash. Ea e Shamash, dunque, concorrono a far valere la giustizia universale sul mondo. Ea prepara il querelante, lavandolo con l’Apsû e rendendolo pronto per presentarsi senza timore di fronte a Shamash, che, in questo modo, può operare la giustizia.

Il giudizio al cospetto degli Dei

Troviamo lo stesso approccio giuridico a situazioni che implicano le forze maligne in alcuni incantesimi tratti dalla serie maqlû (letteralmente “bruciare”) contro la stregoneria: «Possa la strega essere trascinata davanti al suo giudice; possa il suo giudice ruggire contro di lei come un leone!» (5, 26). Quella stessa “strega”, accusata di operare con le forze maligne contro qualcuno, poteva essere chiamata in giudizio anche di fronte a un tribunale terreno. Nel Codice di Hammurabi del II millennio a.C. – reso celebre dalla frase “occhio per occhio” – si trovano alcune (poche) leggi, in ragione delle quali viene applicata l’ordalia via fiume. Fra le colpe troviamo quella, attribuita già allora soprattutto alle donne, di stregoneria, ovvero della pratica di rituali che ponessero in contatto le forze maligne con il mondo dei vivi. L’imputato, per dimostrare la propria innocenza, doveva tuffarsi nel fiume e percorrere a nuoto una distanza decisa dalle autorità presenti. La sola sopravvivenza non costituiva una prova di innocenza. Qualora l’imputato fosse stato sopraffatto dalla forza delle correnti fluviali, vivo o morto che fosse, il verdetto sarebbe stato, ahimè, di certa colpevolezza. Il giudizio e il destino dell’imputato erano nelle mani del fiume divino, ìd (“fiume” in sumerico), o di Shazi, dio del fiume o, ancora, di Ea, dio dell’Apsû. L’ordalia via fiume era un espediente giuridico di grande solennità, avendo il carattere della divinazione, ovvero di un dialogo indiretto – ma piuttosto sicuro – con gli dèi e le loro volontà. Durante tale cerimonia il fiume prendeva il nome di hurshan o, in sumerico, ìd lu rugu “il fiume che blocca la via dell’uomo”. Lo stesso nome sumerico aveva anche un altro corrispondente in accadico: Hubur. Nella letteratura, Hubur era anche il fiume che divideva il mondo dei vivi da quello dei morti. Hubur e Apsû sono la stessa cosa, o meglio, il primo è appendice del secondo. Come, infatti si è visto, l’Apsû aveva una sede sotterranea, ma da lì poteva raggiungere la superficie sotto varie forme. Questa sede si trovava sul limite della terra che poteva ancora chiamarsi dei vivi. Aldilà si estendeva l’Arallu, o Oltretomba.


Il fiume della Morte

Nel poema neoassiro “Visioni dell’Otretomba” il fiume Hubur forma il Lago della Morte, sulle cui acque il battelliere Humut-tabal è incaricato di trasportare i defunti verso la città di Irkalla (altro nome dell’Oltretomba). Immagini del Hubur si trovano anche nell’arte neobabilonese (X-VII secolo a.C.), dove particolari amuleti di scongiuro contro l’aborto sono decorati con scene in cui la temuta dea-demonessa Lamashtu viene ricondotta agli inferi sulla sua barca, trasportata dalle correnti di questo fiume.  Nel famoso poema di Gilgamesh, l’eroico re di Uruk incontrerà l’Apsû durante il suo viaggio alla ricerca del segreto della vita eterna. Egli, infatti, sconvolto per la morte dell’amico Enkidu, decide di andare a cercare Utnapishti, l’unico fra gli uomini che, sopravvissuto al Diluvio Universale, aveva ricevuto in dono dagli dèi la vita eterna. Utnapishti vive ai confini del mondo, dove tutti i fiumi trovano la propria foce. Per raggiungerlo Gilgamesh, deve prima passare all’interno del monte Mashu, la cui cima «raggiunge la volta del cielo e, in basso, i fianchi raggiungono l’Oltretomba» (Gilgamesh, IX, II 5). Superato il monte, Gilgamesh si trova in una terra straordinaria ai margini della quale incontra Urshanabi, il battelliere delle Acque della Morte: l’Apsû. Con lui attraversa le acque e raggiunge Utnapishti. Ecco, dunque, che il cerchio si chiude. L’Apsû, o la sua appendice fluviale, il Hubur, dividono il mondo dei morti da quello dei vivi, come secoli più tardi faranno l’Acheronte e gli altri fiumi che solcano le terre dell’Oltretomba nella tradizione greca, prima, e nel poema dantesco, poi. C’è, però, un’altra particolarità dell’Apsû connessa con il tema del sottile, ma ineluttabile confine fra la vita e la morte: il dono dell’eterna giovinezza. Quando al termine dei suoi viaggi (tavola X) raggiunge finalmente Utnapishti, Gilgamesh si scontra con una terribile verità. La vita eterna non è per gli uomini. Ad essi sono destinati i giorni della vita, ai quali i grandi dèi Annunaki hanno dato un numero finito. Unica speranza di eternità, per l’uomo, è la procreazione di figli, attraverso i quali la memoria del singolo si protrae per un tempo superiore alla sua vita terrena (tavola XII). Sconsolato, il re di Uruk si accinge a tornare a casa, quando il vecchio Utnapishti, commosso, gli rivela un segreto: se Gilgamesh riuscirà ad arrivare sul fondo dell’Apsû vi troverà una pianta, toccando la quale ritornerà giovane. Udite queste parole, l’eroe scava un condotto verso l’Apsû, si lega delle pietre ai piedi e si butta nelle acque. Una volta sul fondo trova la pianta, la prende e, liberatosi delle pietre, torna in superficie. Tuttavia, nel suo viaggio di ritorno Gilgamesh perderà la pianta, rubata da un serpente, e con essa tutte le speranze di un’eterna giovinezza. In Gilgamesh la ricerca della pianta dell’eterna giovinezza ricorda un altro episodio della letteratura greca: l’immersione di Achille nelle acque dello Stige.  Secondo il mito, infatti, Teti, la ninfa madre di Achille, immerge il figlio appena nato nelle acque del fiume Stige per assicurargli l’immortalità. Purtroppo, per paura di perderlo, la madre deve tenere il neonato per il famoso tallone, che sarà la sua causa di morte. Le similitudini fra il mito accadico e quello greco sono evidenti. Gilgamesh trova la pianta dell’eterna giovinezza sul fondo dell’Apsû, che è, al tempo stesso, acqua della vita e confine con l’Oltretomba. Teti immerge il figlio nelle acque dello Stige, fiume infernale che gli dona l’immortalità. Entrambi i racconti sono caratterizzati da un destino funesto, la perdita della pianta per Gilgamesh, la morte per Achille. In entrambi i miti vi è inoltre un riferimento ai piedi: come Teti stringe il tallone del figlio per non farlo portare via dalle correnti dello Stige, così Gilgamesh si lega ai piedi delle pietre per riuscire a raggiungere il fondo dell’Apsû senza essere trascinato a galla dalle sue correnti. Il mito di Achille è solo uno dei numerosissimi esempi di come il tema dell’Apsû e delle sue caratteristiche ricompaia costantemente nelle culture successive a quella sumero-accadica. I collegamenti fra l’Apsû e i rituali del mikveh, il bagno rituale ebraico, o del battesimo cristiano, ad esempio, sarebbero, e sono stati, materia sufficiente per più di un articolo e non possono, purtroppo, essere esaminati in questa sede. All’inizio di questo articolo avevamo lasciato Dante sulla riva dell’Acheronte, ignaro, come i dannati accanto a lui, delle qualità purificatrici nascoste in quelle acque. E’ interessante notare come invece un altro testo, da molti considerato una delle fonti del poema dantesco, metta ben in evidenza l’elemento purificatore delle acque poste a confine con il mondo dei morti. Stiamo parlando del celebre poema (tradotto in latino nel XIII secolo d.C.) Il Libro della Scala di Maometto, che narra del mir’âj, il mitico viaggio intrapreso dal Profeta dell’Islam nel mondo dell’Oltretomba. Nella seconda metà del poema arabo, l’arcangelo Gabriele accompagna Maometto nel Paradiso “inferiore” per mostrargli le pene destinate ai peccatori. Poco prima di entrarvi l’angelo mostra al profeta «un’acqua che era più tersa e più chiara di ogni altra acqua, e assai più dolce del miele» (LIII, 132). L’angelo, poi, spiega la natura di quell’acqua: «Sappi che è ben fortunato chi beve l’acqua di questa chiusa; perché non se ne può bere tanta da stare male o da doverla rigettare. E quelli del Paradiso desiderano bere quest’acqua più di ogni altra che in esso si trovi. Ma nessuno ne beve se non quelli che credono in te, Maometto, che non ti abbandonano per alcun altro profeta che sia stato o che in futuro verrà» (LIII, 133). •

 
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