|
La musica nel libro di pietra
Tratto da Hera numero 14 anno 2001, riproposto aggiornato in Hera numero 115 - Agosto 2009
di Roberto Volterri
Universi di pietra raffiguranti animali e mostri mitologici, i capitelli di medioevali conventi catalani potrebbero nascondere musica, astronomia e messaggi nascosti nei loro simbolismi
Il fascino delle Piramidi è senza Tempo, denso di enigmi e sensazionali scoperte archeologiche. Nel 2001, infatti, il primo articolo che apriva il numero di febbraio fu affidato a due celebri ricercatori, Ralph Ellis e Mark Foster, i quali ripercorsero con un interessantissimo articolo la storia delle prime violazioni della Grande Piramide a opera del califfo Al Ma’mun. Rimanendo in Egitto, i misteri si infittivano e Christopher Dunn non esitava a spiegare quanto complesso e avanzato fosse il livello tecnologico degli antichi egizi. Febbraio fu inoltre un momento straordinario anche per l’inizio della collaborazione con Syusy Blady, esperta di misteri, che in una lunga intervista raccontava lo spirito e gli obiettivi della trasmissione Turisti per Caso. Atlantide, i segreti celati nei megaliti dell’Australia, la storia di un ordine iniziatico fondato da Filippo il Buono, il giallo che circonda l’apertura della tomba del faraone Tutankhamon, ma non solo, facevano da sfondo all’articolo che segue, che abbiamo scelto non soltanto per la sua grande suggestione, ma anche per le importanti connessioni tra sapere iniziatico, musica e architettura.  Se ci avventurassimo tra la mistica quiete di due conventi catalani, San Cugat e Gerona, all’ombra dei loro millenari chiostri romanici, tra i più monaci salmodianti, potremmo “leggere” le note deIl’Inno a San Cacufane scolpite nei capitelli delle colonne sotto forma di esseri di un bestiario medievale, di animali simbolicamente importanti nell’immaginario collettivo, ricco di simbologie astronomiche e astrologiche. Scopriremmo lo stretto rapporto tra lo spirito umano e il suono, rapporto che, da sempre, ha influito in maniera determinante nel modus operandi dell’uomo durante i suoi millenari approcci con una realtà trascendente. Fin dalla Preistoria infatti l’uomo ha comunicato con la “sfera del divino” tramite primitivi riti e cerimonie di una religiosità ancora embrionale, con vari suoni generati da rozzi ma efficaci strumenti realizzati con frammenti ossei, pietre, tronchi d’albero. Certamente un tronco percosso con un ramo, o le pietre battute una contro l’altra non producevano che suoni disarticolati, disarmonici, “rumori” capaci comunque di accompagnare i nostri predecessori nei loro primi contatti con il mondo “magico”, impalpabile.
Musica e sovrannaturale
È estremamente interessante approfondire il problema degli accompagnamenti musicali nei vari riti magico-religiosi durante la preghiera, come nella meditazione, per analizzare le possibili conseguenze che tali musiche possono aver prodotto nel microcosmo dello spirito umano in relazione al macrocosmo. Per i popoli primitivi suono e musica avevano un’origine soprannaturale, rappresentando, forse, la manifestazione concreta della “scintilla divina” che alberga da sempre nell’animo umano. L’etnomusicologo Marius Schneider, nella sua “Storia della musica di Oxford”, nel capitolo dedicato alla musica primitiva, osserva “... Con l’imitazione sonora (ma, si badi, non onomatopeica, ma imitazione del “suono anima”) lo stregone può dunque impossessarsi delle energie di crescita, di purificazione o di musica, senza essere egli stesso pianta, acqua o melodia... La sua arte consiste prima nel localizzare l’oggetto in suono e poi nel coordinarsi a esso, tentando di cogliere la nota giusta, cioè la nota peculiare dell’oggetto in questione...”. In altre parole, scoprire il “suono caratteristico” di uno “spirito del male” che ha colpito un malato significa “possederne lo spirito”, poterlo trarre a sé, farlo fuggire dal suo rifugio e, di conseguenza, guarire l’ammalato. Nell’imitare il “suono anima” si effettua un contatto con il trascendente così come l’imprigionare nella pietra l’effige dell’animale simbolo corrispondente a un determinato suono, a una specifica nota, consente di entrare spiritualmente in contatto con la realtà, non immanente, caratteristica dell’universo religioso. Entriamo dunque nel vivo della “musica pietrificata”. “...Gli dei sono puri suoni...” scrive ancora Schneider in un interessantissimo studio intitolato Pietre che Cantano (Edizioni Archè, Milano 1976), il cui contenuto, oscillante tra Archeologia, Mito, Folklore e, naturalmente, Musicologia, ci conduce in un affascinante viaggio tra i chiostri romanici di San Cugat e di Gerona, in pieno XII secolo.
ASan Cugat del Vallès la musica, i suoni sono – per così dire – “imprigionati nella pietra”, sotto forma simbolica. Animali fantastici, scene di lotta, particolari motivi ornamentali trovano una perfetta corrispondenza con note musicali “scritte” su un originalissimo pentagramma: le settantadue doppie colonne del chiostro che circondano un piccolo giardino (il 72 è un numero legato alla Precessione degli Equinozi – cfr. HERA n° 11). Osservando il chiostro, Schneider ha supposto che lo spazio esistente tra due colonne contigue, corrispondesse a un medesimo intervallo musicale, cui diede il nome di una nota detta “Croma”. Inoltre, basandosi sui rapporti intercorrenti tra l’arte indiana e l’arte europea del periodo medioevale, ha interpretato gli animali e le scene raffigurate sui capitelli come espressione simbolica di suoni. Altri studi musicologici di questo tipo, risalgono al gesuita Athanasius Kircher (Fulda, 1602), compilatore del saggio di Musurgia Universalis e di una enigmatica Tabula mirifica, omnia contrapuntisticae artis arcana revelans. Quest’ultimo lavoro rappresenta la risposta – attraverso il magico universo dei suoni e delle note musicali – ai desideri di menti illuminate come Raimondo Lullo, e alle sue “Ruote” o Leibniz e la sua Ars Combinatoria: una risposta, cioè, al sogno di ridurre l’intera fenomenologia del reale e del divino a un più ristretto numero di elementi fondamentali, rispecchianti l’Universo intero e le sue manifestazioni. È dunque possibile “leggere” in chiave musicale anche le raffigurazioni del bestiario alchemico diffusissime nelle cattedrali gotiche come quelle di Notre Dame de Paris?  Simbolismi alchemici
Il tentativo dello studioso tedesco di correlare, secondo il modello mutuato dalla musicologia indiana, i suoni e le note alle scene raffigurate sui capitelli del chiostro di San Cugat, ha incontrato alcune difficoltà. Ad esempio, vari animali raffigurati, come il “Gallo”, il “Leone” “l’Aquila” non sono menzionati nel Sangita Ratnakara (opera del XIII secolo dell’indiano Sárngadewa). Schneider ha risolto, anche se in parte, tali difficoltà ricorrendo proprio a Kircher, il quale aveva trovato opportune corrispondenze: secondo il Kircher gli animali “occidentali” potevano essere relazionati a quelli “orientali” in base al loro valore simbolico comune. Nella fattispecie, il Leone corrisponde al Gallo e l’Aquila all’Elefante. Altre difficoltà sorgono quando si cerca d’interpretare gli animali fantastici, difficoltà che Schneider ha superato mediante deduzioni basate sulla trascrizione musicale già ottenuta. Un primo risultato di questo affascinante ma complesso studio è stato proprio quello di scoprire che gli animali ai quali veniva attribuito lo stesso significato tonale, presentavano strette analogie da un punto di vista morfologico. È il caso di tre giganteschi animaIi fantastici rappresentati sui capitelli 48 e 55 del chiostro di San Cugat che forse simboleggiano il suono “Fa”. Indubbiamente lo studio di Marius Schneider dovrebbe costituire la base per ulteriori e più “esoteriche” interpretazioni, viste le affinità, forse non solo apparenti, tra le “note pietrificate” di San Cugat e Gerona, la tradizione alchemica e le figure scolpite, ad esempio, a Notre Dame (Parigi) e in moltissime altre cattedrali gotiche. Ma torniamo ancora a Schneider e alla sua analisi musicologica. Suggestivo è, ad esempio, il contrasto dal punto di vista simbolico e musicale tra il Leone e il Toro. Il Leone simboleggia il Sole trionfante, la luce del giorno, la nota “Fa” mentre il Toro rappresenta la notte, l’umiltà, la rinuncia e la nota “Mi”. La lotta tra questi due animali, raffigurata su alcuni capitelli del chiostro, rappresenta e rende, per così dire, visibile la “tensione acustica” dell’intervallo di semitono “Fa-Mi”.
Dunque, traducendo pazientemente i simboli animali nelle corrispondenti note musicali, Schneider ottenne l’embrionale struttura musicale illustrata nell’articolo, una struttura musicale ancora incompleta però, poiché mancano le note di raccordo. Un aiuto in tal senso è venuto a Schneider da un repertorio musicale medioevale, dall’inno a San Cacufane, intitolato Quod chorus tratto dal Liber consuetudinum del XIII secolo. Ma nei chiostri che stiamo esaminando possiamo ritrovare anche altre manifestazioni del fluire del tempo. Con una serie di acute, forse azzardate considerazioni, Schneider arrivò infatti ad attribuire a determinati gruppi di colonne sia i punti cardinali, sia l’eterno avvicendarsi delle stagioni, sia la corrispondenza con i dodici segni dello Zodiaco. Nel chiostro di San Cugat è infatti possibile osservare il Leone, l’animale “solare”, la nota Fa, vinto da quello “lunare” notturno, il Toro, cioè la nota Mi, proprio durante la settimana precedente il 24 giugno, periodo in cui, in epoca medioevale, veniva festeggiato il Solstizio d’Estate.  L’universo di pietra
Anche i riferimenti di carattere magico astrologico oltre che musicale – sono apparentemente presenti in ogni pietra di San Cugat. Ad esempio, ripartendo equamente le 72 colonne tra i giorni dell’anno cosiddetto “arcaico” (composto di 360 giorni) il capitello centrale, il 36°, che presenta nel lato verso il giardino due Leoni che si fronteggiano, corrisponderebbe al periodo compreso tra il 22 e il 26 Luglio. Ma proprio il 23 Luglio è il giorno in cui il Sole entra nella Costellazione del Leone, mentre il 25 Luglio è il giorno in cui morì San Cacufane al quale è dedicato l’inno leggibile nei capitelli del chiostro. Non è del tutto inverosimile dunque che i due Leoni scolpiti simboleggino sia il Santo cui è dedicata la chiesa sia il periodo astrologico corrispondente. Simili considerazioni si possono fare anche per le ventiquattro ore del giorno poiché, essendo le colonne settantadue, a ogni ora verrebbero attribuiti tre capitelli, così, assegnando al simbolo raffigurato sul capitello 29, l’ora del mezzogiorno, è possibile osservare un preciso ordinamento mistico delle vane ore rappresentate dagli altri animali. Per rimanere in ambito archeologico, la scena raffigurata sul capitello 7 la ritroviamo, ad esempio, anche in un’impronta di sigillo assiro e in una miniatura di Samarcanda, mentre il Toro, raffigurato sul capitello 15, appare molto simile al bue nella sua vana lotta contro il Leone sopra la porta della chiesa di Gechard in Armenia. Come si arguisce anche da quest’ultima osservazione dello studioso tedesco, l’analisi della corrispondenza simbolico musicale è estremamente complessa e suscettibile, a volte, di azzardate interpretazioni.
L’Antico Testamento
Ma non solo l’Astrologia mistica è presente a San Cugat. Anche particolari scene dell’Antico Testamento contribuiscono a collegare tra loro i capitelli corrispondenti a determinate note musicali, permettendo quindi di ottenere la necessaria continuità della sequenza melodica. È possibile inoltre ipotizzare che la penultima strofa dell’Inno a San Cacufane, composto dal poeta catalano Quirze e pubblicato nella Patrologia Latina del Migne (Volume 86, Liturgia mozarabica 11, p. 1170), servì da modello agli sconosciuti architetti del chiostro per le scene non bibliche. Schneider sostiene infatti che “... le corrispondenze sono troppo esatte per potersi essere verificate fortuitamente...” sebbene “coincidenze” di questo tipo sono diffusissime sia nel Chiostro di San Cugat sia in quello, per molti versi simile, di Gerona. Quest’ultimo monastero è situato a nord-ovest di Barcellona, non molto lontano dal confine francese. Il suo Chiostro si trovava, almeno alcuni anni fa, in cattivo stato di conservazione. Poiché è dedicato a Maria Vergine, è stata ricercata nella letteratura mariana la melodia in grado di collegare armoniosamente i vari capitelli. Quello che più sembra corrispondere ai vari fattori, architettonici e musicali da prendere in considerazione è l’Inno alla “Mater Dolorosa”. I simboli animali raffigurati a Gerona sono moltissimi dei cinquantatré suoni componenti l’lnno citato, ben trentuno sono determinati da capitelli. Se poi ricorriamo anche alla letteratura degli alchimisti, vediamo come raffigurazioni di animali, di uccelli in particolare, siano frequentissime. C’è un’interessante figura tratta dal Museum Hermeticum che rappresenta l’Iniziatore e l’Iniziato, attorniati da sette figure riferentesi a sette ben determinate operazioni alchemiche, a sette colonne, forse, anche a sette note: è il Corvo relativo alla Mortificazione e al colore o fase al Nero; i due Corvi (forse gli “uccelli da rapina” descritti da Schneider?) corrispondenti alla Distillazione. Altri due uccelli con la Corona corrispondono al colore o fase al Bianco, e così via. Pura coincidenza? ASchneider sono state mosse alcune obiezioni. Forse la più rilevante è che una “modesta melodia” come I’Inno alla “Mater Dolorosa” difficilmente potrebbe costituire il substrato musicale per un complessa struttura di capitelli di “mistica eccelsa”. “... Uno sguardo al graduale, all’antifonario o al canto processionale – ribatte però Schneider – basta per convincersi degli sforzi attuati per attribuire a ogni singolo rituale e a ogni giorno dell’anno liturgico la sua musica specifica...”.  Le corrispondenze di Gerona
Come a San Cugat, anche a Gerona troviamo immortalate nella pietra innumerevoli corrispondenze astronomiche e magico-astrologiche. Il Solstizio d’Inverno, il 22 Dicembre, corrisponde al capitello 11 ed è rappresentato dal Gallo. Nel segno dell’Ariete, raffigurato sul capitello 26, l’Inverno viene invece rappresentato come un mostro sconfitto, mentre sul capitello 30 – corrispondente all’inizio della Primavera – è raffigurato un animale con tratti leonini. Quest’ultima raffigurazione corrisponde forse al “Leone Solare” della tradizione alchemica? “... Nel muro al quale si appoggia la Colonna 1 – evidenzia ancora Schneider – si trova un rilievo che raffigura un tagliapietre e alcuni capitelli, già finiti, che giacciono a terra. Accanto vi sono diverse persone: un chierico (forse l’Iniziando? N.d.A.), un Sacerdote con il turibolo e un Vescovo (forse l’Iniziatore? N.d.A.) che benedice la prima pietra di un edificio religioso. Dato che questa rappresentazione avviene nell’ambito dei capitelli d’Ottobre, potrebbe essere stata fissata qui, in immagine (come a San Cugat) la posa della prima pietra del chiostro...”. In sostanza, i “libri di pietra” dell’arte medioevale, gotica in particolare, con le “frasi” incise nei bassorilievi, con i “pensieri” scolpiti nelle ogive, sono presenti ovunque in questi chiostri: la “lingua di pietra”, ci ricorda l’ermetista Fulcanelli nel suo interessantissimo libro Il mistero delle Cattedrali (Mediterranee, 1972) “.... è una lingua tanto patetica che le canzoni di un Orlando di Lassus o di un Palestrina, la musica per organo di un Handel o d’un Frescobaldi, l’orchestrazione di un Beethoven o d’un Cherubini e, ciò che è ancora più grande di tutto questo, il semplice e severo canto gregoriano, che è forse il solo vero canto, non si aggiungono che in sovrappiù alle emozioni che la cattedrale, da sola, produce”. Il “libro di pietra” di Gerona – è certamente meno ponderoso dei... “volumi” rappresentati dalle Cattedrali di Notre Dame e di Chartres, ma non per questo più facilmente leggibile. La sua struttura è trapezoidale. Il Trapezio è da sempre simbolo del Bue, del dolore, della fedeltà. Il chiostro è composto da 59 colonne, suddivise in modo stranamente “irregolare” in quattro differenti gruppi. Tra i capitelli 54 e 55 – corrispondenti al periodo 10-22 Settembre – compare una strana figura femminile: è forse la Mater Dolorosa festeggiata fin dal Medioevo il 15 Settembre? Potrebbe essere, con una diversa “chiave di lettura”, la stessa Alchimia rappresentata a Notre Dame da una donna seduta in trono (la Iside egizia era rappresentata da un trono N.d.R.), mentre tiene nella mano destra un libro chiuso (le conoscenze esoteriche) e nella sinistra un libro aperto (cioè le conoscenze essoteriche)? Insomma, questo primo approccio ai diversi messaggi imprigionati nella pietra, può concludersi con alcune significative parole di Marius Schneider al quale, evidentemente, non erano del tutto estranei i concetti dell’Ars Regia, l’Alchimia: “... È proprio della natura di quanto è sacro che esso possa essere udito, ma voglia essere visto velato o non voglia essere visto affatto... l’imperscrutabile non diventa percettibile per colui che è insensibile. Non lo colpisce con la sordità, né gli toglie la vista, ma passa innanzi a lui silenzioso e senza splendore”. •
***
AGGIORNAMENTI
I mostri del Terzo Monastero
di Roberto Volterri
Nell’articolo del 2001 mettevo in evidenza la presenza di particolari capitelli raffiguranti delle “mostruosità” interpretati dall’etnomusicologo Marius Schneider come “note musicali” corrispondenti a una simbologia proveniente dall’antica India. Da allora sono emersi nuovi spunti di ricerca infatti ho potuto analizzare un altro chiostro catalano, per molti versi simile a quelli di San Cugat e di Gerona, in cui sono visibili capitelli le cui “mostruosità” verrebbero da alcuni lette non in chiave musicale ma come testimonianza sulla pietra della presenza in quel luogo – fin da tempi ormai molto lontani – di una strana razza di individui affetti da nanismo e da altre gravi patologie. Patologie la cui genesi, probabilmente, deriverebbe sia da alimentazione particolarmente carente di elementi necessari a un sano metabolismo, sia dall’aver utilizzato come riserva idrica una particolare fonte presente nella zona. Forse anche da uno scarsissimo rispetto di ciò che insegna la genetica riguardo alla procreazione tra consanguinei… Lo so, lo so l’approccio appare alquanto strano, direi – per rimanere nel tema caro a Marius Schneider – ma ad alcuni ricercatori e anche chi scrive tutto ciò non appare del tutto impossibile. Se vogliamo c’è pure chi, come il Prof. Mariano Bizzarri – oncologo e appassionato ricercatore dei misteri legati all’Abate Sauniére – legherebbe le strane vicende di Rennes le Château anche alla presenza di un misterioso popolo di nani quasi deformi e… dai piedi palmati, presente sui Pirenei francesi. Ma questa è tutt’altra storia…  Monastero di Santa Maria di Ripoll (Alta Catalogna). Anno del Signore 880
Su ciò che resta di un antico luogo di culto risalente all’epoca visigota, da Goffredo l’Irsuto, Conte di Barcellona, viene edificato un monastero ove in alcuni capitelli delle colonne sono raffigurati animali o volti deformi, delle vere e proprie mostruosità. Qui il già citato Marius Schneider avrebbe di certo visto ciò egli che ha ben descritto nella sua monumentale opera Gli animali simbolici(Rusconi, 1986) dedicata appunto ad alcuni particolari complessi edifici religiosi in area catalana, due dei quali abbiamo già illustrato nell’articolo a cui ora facciamo riferimento. Egli avrebbe cioè letto note musicali curiosamente derivanti da una notazione di matrice indiana, ma altri studiosi, in tempi a noi più vicini, quali ad esempio Mauro Panzera, vi avrebbero invece scorte le raffigurazioni effettuate in antico dei volti – forse eccessivamente deformati – di una popolazione del luogo affetta da nanismo congenito e da varie altre patologie. Ma procediamo per gradi… Il Monastero benedettino di Santa Maria di Ripoll è situato sui Pirenei spagnoli. E’ considerato sia una delle migliori manifestazioni dell’arte romanica della zona, sia un simbolo poiché vi sono conservate le spoglie di Goffredo l’Irsuto, fondatore della Catalogna. La parte del monastero che più ci interessa in questo particolare contesto è il chiostro, costituito da due piani. Il primo venne costruito intorno all’anno 1180 ma fu definitivamente terminato nel XV secolo, mentre il piano superiore fu edificato tra il XV e il XVI secolo. E’ formato da tredici archi semicircolari ornati con capitelli corinzi, ognuno dei quali è splendidamente decorato con figure che vanno dalla mitologia classica a temi relativi alla vita quotidiana di quei lontani giorni. Temi, almeno in base a queste notre osservazioni, in alcuni casi molto strani... Ad esempio, proprio una figura del capitello del piano inferiore costituisce un sorta di mistero, poichè vi è raffigurato un volto di fattezze orientali e con dettagli apparentemente attribuibili alla cultura cinese... quando, però, la Cina non era stata ancora raggiunta. Fattezze “orientali” oppure tratti somatici mongoloidi caratteristici della tristemente nota Sindrome di Down? Non lo sappiamo di certo, però le stranezze di questo Monastero e della zona in cui esso è stato edificato non finiscono qui...
Il “maledetto popolo” dei Pirenei
Agli inizi del XIX secolo un antropologo svedese, Anders Adolf Retzius (1796 - 1860), compì approfonditi studi su crani umani introducendo metodi di valutazione dei cosiddetti “indici cefalici” e giunse alla conclusione che i primissimi insediamenti etnici europei avessero una matrice tartara o mongolica. I suoi studi furono poi proseguiti da Miguel Morayta durante una sua permanenza nella Valle del Ribas alla fine del XIX secolo. Miguel Morata de Sagrario – di formazione culturale prevalentemente giuridica – fu professore di Storia nell’Università di Madrid e fu infatti il primo a denunciare pubblicamente l’esistenza di una sorta di enclave caratterizzata da individui affetti da nanismo, deformazioni del volto e del corpo, oltre a varie tare psichiche. In occasione di un suo periodo di vacanze estive nella Valle del Ribas, nei pressi di Gerona – l’altro Monastero con strane, deformi, raffigurazioni nei capitelli… – egli compì approfondite ricerche e osservazioni e infine pubblicò un suo articolo che interessò in particolare Manuel Anton Ferrandiz, importante membro dell’Accademia di Scienze naturali, antropologo, zoologo, Direttore del Museo di Scienze naturali di Madrid, docente nella locale Università, scopritore del primo cranio dell’Uomo di Cro-Magnon in Spagna e chi più ne ha più ne metta… Insomma, la presenza di questi stranissimi “ Golluts” – come quegli infelici individui vennero denominati, a causa di una deformità del collo (forse originata da disfunzione tiroidea?) – divenne argomento all’ordine del giorno nella varie dispute scientifiche in area madrilena. Dispute che, come al solito, videro subito il formarsi di distinte scuole di pensiero. I Gollutssono stati interpretati da vari studiosi come il triste risultato di un lento, inarrestabile processo di decadenza fisica originato da gravissime insufficienze alimentari, da inevitabile promiscuità e conseguente inosservanza di qualsiasi… Legge di Mendel applicabile ai processi di procreazione tra consanguinei e anche all’uso continuato di acqua scaturente dalla cosiddetta “Fonte della Margarideda ” situata nella località di Ribes de Freser. Acqua che, secondo la gente del luogo, sarebbe causa di strane forme di rachitismo. Essi erano caratterizzati da bassissima statura, raggiungendo al massimo qualche centimetro oltre il metro. La loro epidermide era ricoperta da una sottilissima peluria di colore rossiccio, mostravano una bocca di notevoli dimensioni e una mascella deforme, avevano narici affondate, dita più corte del normale, accentuatissimo rachitismo, occhi “a mandorla”, quasi da… Sindrome di Down e quoziente intellettivo molto, molto basso… Sembra che l’ultimo esponente di questa sfortunata enclavesia passato a miglior vita nel 1938.
Le altre ipotesi…
Il già citato studioso Mauro Panzera ha riportato altre interessanti ipotesi sull’origine dei Golluts, forse raffigurati in qualche capitello del nostro “Terzo Monastero”, quello di Santa Maria di Ripoll. Essi potrebbero essere i lontanissimi superstiti di… cartaginesi stabilitisi sui Pirenei al tempo delle guerre puniche. Oppure costituirebbero ciò che rimase di una stirpe di gitani stabilitisi nella Valle del Ribas alla fine dell’Ottocento o, ancora, secondo lo studioso Faustì Puigderejols, essi avrebbero potuto essere i discendenti di una comunità di Vandali presente in area pirenaica intorno al V secolo d.C. Tale ipotesi verrebbe avvalorata dal fatto che i Gollutsmostravano pelle chiara ricoperta da “peli rossicci”, forse caratteristica di popolazioni di ceppo germanico. Insomma, conclude lo studioso Panzera, può essere che l’anonimo autore di alcuni capitelli del chiostro del Monastero di Santa Maria di Ripoll abbia voluto rappresentare simbolicamente – ma non troppo! – non “note musicali” ma forme di rachitismo, di degenerazione fisica, di mostruosità comuni ad una categoria di persone che popolavano la zona in gran quantità, soprattutto a Vila D’Amunt, nei paraggi del castello diroccato di Sant Pere? Non lo sappiamo, forse non lo sapremo mai, ma la vicenda appare indubbiamente affascinante e degna di ulteriori ricerche… |