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Piramidi: una polemica infinita
Tratto da Hera numero 25 anno 2002, riproposto aggiornato in Hera numero 115 - Agosto 2009
di Giuseppe Colaminé 
Nel corso della puntata della trasmissione Stargate, (TMC 8 aprile 2001) si è svolto un dibattito sulle tecniche di costruzione della piramide di Cheope. Il Prof. Diomedi ha illustrato la sua teoria, ben vista da Zahi Hawass, sovrintendente alle antichità della piana di Giza. Stando a queste ipotesi, i blocchi utilizzati nell’edificare la costruzione sarebbero stati trasportati dalle cave alla piana lungo binari di legno lubrificati con grasso animale. I legni corti, citati da Erodoto, sarebbero stati gli assi trasversali dei binari e così l’enigma sarebbe risolto. Diomedi ha anche dimostrato con un esperimento in vivo come ciò sia non solo possibile ma anche facile. Per l’occasione sono stati trainati in piano massi di circa una tonnellata. Il Prof. Hawass ha anche affermato che il peso massimo dei blocchi è di una tonnellata e non di più. A tale proposito esistono studi che attribuiscono ai blocchi posti più in alto sulla piramide con peso di ben 11 tonnellate. Questa discrepanza di dati non convince e ancora di meno convince il fatto che l’affermazione di Hawass è del tutto nuova, caduta a sostegno della teoria di Diomedi con un tempismo a dir poco eccezionale. Ovviamente il Prof. Tiradritti, egittologo ortodosso, ha respinto la nuova tesi, affermando che gli Egizi non avevano grandi disponibilità in fatto di legnami e che la tesi delle rampe costruite in mattoni crudi è tuttora la più valida. Apparentemente è strano che un egittologo contrasti implicitamente una tesi avallata da Zahi Hawass, ma appare chiaro che Tiradritti ha inteso prevenire critiche da parte degli studiosi eretici, i quali avrebbero impiegato poco sforzo a mettere in crisi la tesi di Diomedi. A questo proposito Tiradritti si è anche affrettato a chiarire che le tre piramidi vennero costruite su piccole colline preesistenti e che quindi l’altezza della piramide di Cheope sarebbe di 40 metri, considerando che il rilievo di base è alto circa 100 metri. Equilibrato è stato l’intervento del Prof. Alfredo Gennaro, Ingegnere dell’Università di Napoli, secondo il quale non esistono attualmente spiegazioni accettabili sulla tecnica edile usata dagli Egizi. Al di là dei limiti fisici infatti, esiste un limite cronologico dato dal fatto che, volendo edificare la piramide di Cheope nel regno del faraone, sarebbe stato necessario trasportare un masso ogni 5 minuti, ogni giorno, nell’arco totale delle 24 ore. Il tutto appare davvero un’assurdità. Non si spiega la compiacenza di questo popolo alle voglie dei sovrani. I più feroci tiranni della storia sono stati detronizzati per molto meno, anche se affermavano di agire per mandato divino. Mi sembra giusto aggiungere qualche osservazione tecnica. È stata dimostrata la trasportabilità di massi del peso di una tonnellata su di un binano piano, ma non è stata sfiorata la possibilità di un trasporto in salita. Anche ammettendo che la piramide sia stata edificata su di un rilievo tozzo di 100 metri e che occorresse edificare in altezza per soli 47 metri, vanno messi in bilancio i seguenti aspetti: trasporto dei massi fino alla sommità della collina; trasporto da quest’ultima alla sommità della piramide. L’immagine che si ricava dall’asserzione del Prof. Tiradritti è a cavallo fra l’apocalittico e il grottesco. Un folto gruppo di volontari, divisi in squadre che si alternano in un turno di servizio che impegna 23 anni della loro vita, modella i contorni di una collina, squadrandoli con precisione geometrica fino a ottenere un tronco di piramide. Calcolando che la base della collina aveva un lato di 230 metri e una superficie di 52.900 metri quadri, a un’altezza di 100 metri, si sarebbe ottenuta una superficie piana di circa 77 metri quadrati, pari a una superficie di 5929 metri quadri. Fissiamo un primo punto: modellare una simile struttura sui lati è già un’impresa titanica; ugualmente lo è quella di spianare la sommità della collina, ma non basta. Gli operai dovranno scavare nella collina dei cunicoli, rivestirli di massi pesanti tonnellate, creare un sistema di camere e poi, erigere un’altra struttura di 47 metri, con massi pesanti comunque almeno una tonnellata. Come portare questi massi così in alto? Il modello Diomedi può valere per un’operazione in pianura; quando viene applicato in salita le cose cambiano radicalmente. In salita il peso del masso aumenta per effetto della gravità, il binario deve essere piazzato su di un terrapieno per non cedere sotto il peso dell’oggetto trasportato, il terrapieno deve essere poco inclinato per ridurre al massimo possibile lo sforzo di trazione. Ciò vuol dire erigere una rampa in salita che sia molto lunga, quindi, a conti fatti, una struttura volumetricamente assai maggiore della piramide stessa. Il lubrificante usato diviene un impedimento in salita, poiché favorisce la scivolata verso il basso del masso trainato, aumentando quindi lo sforzo degli operai. Lo stesso discorso è applicabile per le altre rampe ipotizzate dall’egittologia ufficiale e particolarmente per quelle cosiddette a spirale. Infatti, avvolgendo la costruzione al centro di una sorta di scala a chiocciola, fatta ovviamente in legno, poggiante su terrapieni, bisogna fare i conti non solo con l’aumento di peso del blocco data l’inclinazione, ma anche con la forza di inerzia che tende a mantenere rettilinea la direzione di marcia. In altre parole, il masso tende a cadere anche sul lato quando viene portato lungo una rampa curva. Sembrava tutto facile? Altroché! Siamo sempre allo stesso punto; delle numerosissime tesi proposte nessuna si presenta accettabile sul piano pratico. Anche la teoria idraulica, proposta da coraggiosi ricercatori, ha delle grosse stranezze. Si è ipotizzato che i massi fossero stati portati dalle cave al cantiere su canali ricavati dal Nilo. Si è arrivati a pensare che la piramide stessa fosse stata edificata posizionando i massi intorno a una enorme vasca centrale in cui il livello dell’acqua arrivava fino a un’altezza prossima a quella della sommità. Questo risultato poteva essere ottenuto con il cosiddetto principio dei vasi comunicanti. In pratica, tenendo conto che il Nilo, come tutti i fiumi, scorre in lieve pendenza verso il mare, si poteva calcolare il punto a monte in cui il livello dell’acqua equivalesse ai 147 metri della piramide da edificare. Questo punto doveva essere posto diversi chilometri più a sud e se da lì fosse stato ricavato un canale sotterraneo che fosse arrivato fino a Giza, si sarebbe potuto ottenere un livello di acqua sufficiente al bisogno. I massi, incanalati nel condotto sotterraneo, sarebbero affiorati al centro del cantiere, spinti dalla pressione idrica e da lì sarebbero stati raccolti e posizionati opportunamente senza dover essere trainati in salita. L’idea è geniale ma la realizzazione difficoltosa se si tiene conto che per realizzarla sarebbe stato necessario prima creare un acquedotto lungo chilometri. Questo lavoro avrebbe richiesto circa 5 anni, calcolando ottimisticamente un chilometro di scavo l’anno. Restavano circa 17 anni, durante i quali sarebbe stata edificata la piramide, stavolta non più al ritmo di una pietra ogni 5 minuti ma un po’ più velocemente, sempre mantenendo un ritmo serrato che coprisse l’intero arco delle 24 ore. Anche qui l’immagine del cantiere supera le capacità creative dei maggiori Kolossal sull’argomento. Rimane solo da pensare che i costruttori delle tre piramidi di Giza abbiano usufruito di tecnologie avveniristiche rispetto ai loro tempi e a questo punto è necessario ammettere che alcuni individui erano in grado di fruire di metodiche almeno pari a quelle attuali. Chi erano questi esseri? Da dove traevano le loro conoscenze? Quali rapporti avevano con le popolazioni diffuse sul pianeta? Dove sono finiti successivamente? Lasciamo le risposte di questi interrogativi allo sviluppo della ricerca, ma anche alla logica e al buon senso dei lettori.
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AGGIORNAMENTI
Come si costruisce una piramide?  La diatriba sulle metodologie impiegate dagli antichi Egizi per la costruzione delle piramidi e soprattutto per il trasporto e la messa in opera dei blocchi di pietra è ancora accesa e attuale. Ci sono nuove teorie? Qual è l’opinione degli esperti? L’intervista che segue riprende le affermazioni del 2001 arricchendole con nuovi indizi.
G.F. Carpeoro: La tesi del prof. Diomedi è stata appoggiata da Zahi Hawass. E’ ancora così? Giuseppe Colaminé: «Da allora non vi sono stati sostanziali mutamenti sulle tesi affermate. L’edificazione delle piramidi è un mistero su cui si dibatte da tempo senza una soluzione definitiva».
G.F. Carpeoro: Se la teoria del trasporto su binari piani è stata dimostrata, cosa ci puoi dire sulla teoria del trasporto dei massi in salita? G.C.: «In salita il peso dei massi si moltiplica per effetto della forza di gravità. I lubrificanti poi fanno sì che i massi tendano a scivolare in basso, schiacciando gli operai che li spingono. In teoria occorrerebbe una rampa a basso grado di inclinazione che sarebbe estremamente lunga ma anche questa comporterebbe un inconveniente: massimo a metà rampa il peso dei massi potrebbe incrinare la struttura lignea, quindi, la rampa dovrebbe poggiare su di un terrapieno; in pratica avremmo una struttura triangolare assai più massiccia della piramide stessa».
G.F. Carpeoro: Sono state confermate o smentite le teorie idrauliche? G.C: «Ufficialmente non se ne è parlato in modo definitivo. Allo stato attuale tutte le tesi sono potenzialmente valide ma nessuna riproducibile in un laboratorio se non con modelli che non rispettano appieno la realtà dei fatti».
G.F. Carpeoro: Una teoria del dott. Aldo Adanti sostiene l’utilizzo di idrogeno ed elettricità arrivando a considerare la Piana di Giza come un impianto bio-tecnologico. Secondo te è una tesi sostenibile? G.C: «Se si ammette ciò, si afferma implicitamente che gli Egizi usufruivano di tecnologie non compatibili con il periodo storico in cui vivevano. Questo implica due possibilità: che vi fosse un contributo tecnologico “estraneo”, forse non terrestre, oppure che ve ne fosse uno di marca umana, ma proveniente da una comunità tecnologicamente avanzata, vissuta nei millenni pre-cristiani, comunità di cui la Storia ufficiale non fa cenno. Fonti storiche cosiddette “alternative” parlano di individui vissuti nel passato e dotati di grandi conoscenze scientifiche. Si tratta di fonti ricavabili da scritti a cavallo fra il mitologico ed il sacro che però non hanno ottenuto credito nel Sapere Ufficiale ma che comunque non vanno affatto messi da parte».  |